La stipsi cronica

La stipsi cronica

Introduzione

La stipsi è uno dei disturbi gastro-intestinali più comuni che può essere percepita come estremamente fastidiosa e in alcune situazioni può causare serie complicanze. Il suo inquadramento non è sempre semplice, in quanto la stipsi si associa frequentemente ad altre condizioni e molto spesso i soggetti affetti dal problema cercano di risolverlo in maniera autonoma, non trovando però risoluzione.

La stipsi viene definita come la difficoltà nell’espulsione delle feci o come una loro frequenza di evacuazione inferiore a tre volte alla settimana.

È un disturbo piuttosto comune, che interessa circa il 14% della popolazione, con una maggior incidenza nel sesso femminile. Le donne sono più colpite da questo disturbo soprattutto a causa di fattori anatomici e funzionali, come ad esempio i cambiamenti ormonali. La stipsi è molto presente anche nella popolazione anziana, con un’alta percentuale nelle persone ospiti di istituzioni di ricovero. È inoltre un disturbo che si ritrova frequentemente anche nei bambini.

La stipsi influenza negativamente la qualità di vita di chi ne soffre, infatti sono molte le persone colpite dal problema che riferiscono un notevole disagio e una sensazione di peso e fastidio che li accompagna per tutta la giornata.

Bisogna però tenere presente che sono ancora molte le persone che si considerano affette da stipsi, senza però manifestare i sintomi caratterizzanti il problema; è infatti tutt’oggi ancora predominante la credenza che sia necessario evacuare una volta al giorno. Inoltre solo una parte dei pazienti che si ritengono stitici si rivolge al medico per risolvere il problema, ne consegue quindi un uso improprio di lassativi.

Per poter inquadrare in modo corretto questo disturbo, attualmente si fa riferimento ai criteri di Roma III. Questi criteri sono stati pubblicati per la prima volta nel 1994 (criteri di Roma I) e costituiscono la prima raccolta di documenti che contengono i criteri diagnostici relativi ai disturbi gastrointestinali funzionali. A questa sono seguite altre due pubblicazioni, una del 2000 (criteri di Roma II) e l’ultima del 2006 (criteri di Roma III) che è quella che viene utilizzata attualmente. Secondo quest’ultima pubblicazione, per la diagnosi di stipsi funzionale, devono essere soddisfatte queste tre condizioni, presenti per almeno 12 settimane, con esordio da almeno 6 mesi prima della diagnosi:

  1. Presenza di almeno due dei seguenti sintomi/segni in almeno il 25% delle evacuazioni:
    1. Sforzo o eccessivo ponzamento
    2. Feci piccole e dure
    3. Sensazione di evacuazione incompleta
    4. Sensazione di ostruzione anorettale
    5. Necessità di manovre manuali (digitazione, sostegno del pavimento pelvico)
    6. Meno di tre evacuazioni a settimana
  2. Feci liquide rare, se non in caso di uso di lassativi
  3. Insufficienti criteri per la sindrome dell’intestino irritabile

Molto spesso la stipsi si associa ad altri sintomi, come dolore addominale, nausea, stanchezza o anoressia. Questi sintomi sono però il segno di un problema sottostante, che potrebbe trovare riscontro nella sindrome dell’intestino irritabile, depressione o altre patologie organiche per cui è utile eseguire esami diagnostici di approfondimento.

I soggetti affetti da stipsi possono presentare anche patologie anorettali, come emorroidi, ragadi anali, prolasso rettale, che potrebbero dipendere dall’eccessivo sforzo utilizzato durante l’evacuazione delle feci e può essere secondario a una disfunzione del pavimento pelvico.

Le cause di stipsi sono molteplici, la stipsi acuta suggerisce la presenza di una causa organica, come ad esempio la presenza di un’occlusione intestinale, o l’uso di farmaci che causano stipsi; mentre per la stipsi cronica si può riscontrare una causa organica o funzionale, come tumore del colon, alterazioni metaboliche (diabete mellito, ipotiroidismo, gravidanza), patologie del sistema nervoso centrale (morbo di Parkinson, sclerosi multipla, ictus, lesioni midollari), malattie sistemiche, disturbi funzionali (stipsi da rallentato transito, sindrome dell’intestino irritabile, disfunzione del pavimento pelvico), fattori alimentari e uso di farmaci.

L’anamnesi del disturbo deve accertare la presenza dei criteri di Roma III, precedentemente descritti, indagare la soddisfazione dopo la defecazione, la frequenza e la durata dell’uso di lassativi o clisteri e il tempo impiegato per la defecazione. È importante indagare la presenza di segnali di allarme che possono suggerire la presenza di gravi patologie. Generalmente è possibile distinguere tra tre tipologie di stipsi, basandosi su una valutazione clinico-fisiopatologica:

  1. Stipsi con transito normale, con o senza sindrome dell’intestino irritabile: è il tipo più comune, che si manifesta spesso associata a dolore, gonfiore, sensazione di incompleta evacuazione;
  2. Stipsi con rallentato transito: più frequente nel sesso femminile, si manifesta con tempo di transito colico rallentato e normale funzionalità del pavimento pelvico;
  3. Disordini della defecazione: si manifestano con prolungato e eccessivo sforzo nella defecazione, difficoltà nell’evacuazione anche con feci morbide, necessità di effettuare manovre manuali facilitatorie.

Per quanto riguarda il trattamento, una volta esclusa la presenza di gravi patologie associate quali, ad esempio, il tumore, consiste primariamente nella modificazione degli stili di vita, nell’uso appropriato e controllato dei lassativi e l’utilizzo di una dieta corretta. Per quanto riguarda la modificazione degli stili di vita è utile suggerire al soggetto affetto da stipsi l’esecuzione di attività fisica regolare, di ritualizzare il momento della defecazione, preferendo un momento preciso della giornata, come dopo il risveglio o dopo i pasti (quando l’attività colica è maggiore) e un aumento dell’introduzione di liquidi, se si ritiene insufficiente quella attuale. È inoltre importante che sia il medico a scegliere il tipo giusto e la modalità di assunzione del lassativo, per evitarne un uso scorretto. Anche l’inserimento di fibre nella dieta deve essere eseguito da un professionista, in quanto le fibre sono utili per risolvere il problema della stipsi funzionale, ma sono poco efficaci in pazienti che hanno disturbi legati al transito intestinale rallentato.

La terapia riabilitativa è consigliata in soggetti che presentano problemi di defecazione ostruita da cause funzionali, soprattutto in pazienti con dissinergia del pavimento pelvico. Il trattamento riabilitativo è risultato efficace anche in soggetti che presentano alterazioni organiche (sindrome del perineo discendente, rettocele, prolasso mucoso del retto).

Le terapie utilizzabili sono varie e comprendono l’utilizzo di biofeedback, chinesiterapia del pavimento pelvico e elettrostimolazione. Non esiste però un protocollo specifico, per cui è compito del fisioterapista decidere quale sia la tecnica più efficacie e utile per il singolo soggetto. È inoltre una prassi consolidata quella di consigliare una terapia riabilitativa anche prima di effettuare un’operazione chirurgica.

In conclusione possiamo affermare che la stipsi è un disturbo che colpisce soprattutto il sesso femminile e la popolazione anziana e richiede un’attenta valutazione per poter escludere delle condizioni mascherate, ed è importante, in particolar modo nei giovani, considerare le abitudini alimentari e comportamentali scorrette, che possono essere causa di stipsi. La diagnosi inoltre non deve essere effettuata solo sulla base del ridotto numero di evacuazioni, ma richiede che siano soddisfatte le condizioni presenti nei criteri di Roma III. Una volta esclusa la presenza di patologie organiche è possibile impostare un primo approccio terapeutico, basato sulla tipologia di stipsi riscontrata.

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