Esiti come risoste: l’idrokinesiterapia per il paziente affetto da Morbo di Parkinson

Esiti come risoste: l’idrokinesiterapia per il paziente affetto da Morbo di Parkinson

Fare idrokinesiterapia significa utilizzare gli strumenti fisici e relazionali che l’ambiente acquatico offre per impostare un corretto percorso riabilitativo in acqua. A maggior ragione, quando si tratta di un progetto riabilitativo che riguarda pazienti con deficit neurologici, oltre a porre attenzione agli esercizi da proporre, l’idrokinesiterapista deve fare un’attenta valutazione del grado di acquaticità del paziente, tenendo conto che spesso chi era acquatico prima dell’evento traumatico o della malattia mantiene questa caratteristica, mentre chi non ha mai avuto un rapporto positivo con l’acqua purtroppo ha ancora maggiore difficoltà durante la malattia.

L’adattamento, l’ambientamento e l’acquaticità assumono un’elevata importanza nel percorso idrokinesiterapico del paziente neurologico e si evolvono e progrediscono durante l’iter riabilitativo. Uno dei compiti fondamentali dell’idrokinesiterapista è monitorarli continuamente e confrontarli con la proposta di esercizi programmati: bisogna sempre chiedersi se l’esercizio proposto al paziente è adatto al suo grado di acquaticità. Solo dopo questa valutazione e un’attenta analisi degli esiti e della loro valenza in acqua, si possono impostare gli esercizi terapeutici.

In acqua gli esiti della patologia si modificano grazie alle caratteristiche dell’acqua in cui è immerso il paziente. L’ambiente microgravitario permette delle variazioni dello status funzionale del paziente rispetto alle sue prestazioni in ambiente gravitario. Avverrà ad esempio una diminuzione dell’ipertono per effetto della temperatura calda, il paziente avrà la possibilità di verticalizzarsi grazie alla spinta di galleggiamento e di lavorare in maggiore sicurezza rispetto al rischio di cadute e perdite di equilibrio, grazie all’acqua che lo avvolge e sostiene. Gli esiti della malattia vengono perciò diminuiti o annullati e quindi acquisiscono una valenza positiva, diventando risorse, come punto di partenza per gli obiettivi da proporsi.

L’idrokinesiterapia è un approccio riabilitativo estremamente flessibile, innanzitutto perché le variabili rispetto all’acquaticità sono infinite; inoltre perché stare immersi in acqua apporta molteplici stimoli a livello emotivo e relazionale. Infine perchè l’ambiente acquatico permette una serie di sequenze riabilitative molteplici e infinitamente adattabili.

Sono proprio queste caratteristiche che permettono un efficace lavoro in acqua con il paziente affetto da Morbo di Parkinson, perché il paziente è fortemente coinvolto dall’ambiente in cui è immerso e la sua capacità di attenzione viene continuamente stimolata dalle nuove informazioni tipiche di questo ambiente che provocano una rivoluzione percettiva. Basta pensare alla spinta idrostatica e alla galleggiabilità che sono in grado di trasformare le informazioni propriocettive, mentre la pressione idrostatica e il calore (la temperatura dell’acqua deve essere a 33°C) apportano maggiori stimoli a livello esterocettivo rispetto all’ambiente terrestre.

La modificazione della percezione del corpo in immersione, causata dal cambiamento che gli stimoli propriocettivi subiscono per le nuove massicce informazioni esterocettive, sposta l’attenzione del paziente dal peso alla forma. Il paziente percepisce il proprio corpo come più leggero e assume un contorno ben definito, dato dalla forma. Per questo fare un movimento in immersione presuppone più capacità attentiva e meno sforzo. Anche questi due elementi diventano degli strumenti che possono essere usati come stimoli nel percorso riabilitativo.

E’ noto che il paziente parkinsoniano è dotato di una motricità ridotta. L’ambiente acquatico, grazie ai continui input delle afferenze tattili, al rallentamento motorio e alla diversa percezione del proprio corpo nello spazio, conduce il paziente a prendere coscienza del suo corpo e gli permette di eseguire in modo più semplice e con minor sforzo un movimento o qualsiasi attività funzionale rispetto a ciò che avverrebbe sulla terraferma. Gli esercizi eseguiti in ambiente acquatico con il supporto della lentezza, causata dalla maggiore resistenza ,che caratterizza il movimento in acqua, rivestono un ruolo importante nel contenimento del tremore e della rigidità. Le tecniche di rilassamento e di presa di coscienza della posizione permettono al paziente di riconoscere la propria postura, condizione necessaria per prevenire e correggere deficit posturali importanti come quello camptocormico.

La bradicinesia (intesa come mancato processo di decisione a compiere un movimento o gesto) viene superata dal processo decisionale che il paziente è costretto a mettere in atto nel momento in cui s’immerge perchè deve adattarsi immediatamente ai nuovi stimoli acquatici, così diversi da quelli terrestri.

Infine il passaggio dalla terra all’acqua determina una modificazione dei comportamenti del sistema dell’equilibrio: viene a mancare la stabilità terrestre e il paziente perde i riferimenti gravitazionali per adeguarsi a quelli acquatici. Questo meccanismo di adattamento agisce come stimolo al sistema dell’equilibrio e rieduca a livello posturale.

Da quanto detto sopra si comprende come l’obiettivo iniziale e fondamentale per iniziare un percorso riabilitativo con un paziente con Morbo di Parkinson è quindi quello di favorire e supportare il paziente durante il processo di adattamento, facendogli comprendere e definire la diversità degli stimoli. Poi si può proseguire poi con obiettivi più specifici come l’attenuazione della acinesie, la prevenzione dei vizi posturali, il miglioramento nell’esecuzione dei movimenti, la riduzione del tremore, il miglioramento dell’equilibrio e della coordinazione, il mantenimento dell’articolarità e del tono trofismo.

Le caratteristiche fisiche intrinseche dell’ambiente acquatico agiscono come stimoli al mantenimento di una postura corretta, consentendo così con facilità e naturalezza esercizi di controllo posturale e correzione dell’ipertono.

Con il paziente affetto da Morbo di Parkison è importante intervenire apportando stimoli forti e ben chiari in modo tale da avviare il processo critico decisionale necessario per elaborare una iniziativa motoria globale.

Tutte queste correzioni non avvengono separatamente ma a livello globale nel momento in cui il paziente si immerge e il terapista lo guida attraverso esercizi specifici mirati ad obiettivi a breve, medio e lungo termine.

Tra le varie proposte riabilitative, assumono importanza:

– la presa di coscienza corporea, con esercizi di ambientamento e rilassamento, che permettono di ottenere un’iniziale riduzione del tremore e l’apertura dei canali recettivi stimolati dall’acqua. (L’operatore aiuta il paziente a distinguere e “sentire” i movimenti.)

– esercizi di respirazione, per preservare l’attività respiratoria che tende a ridursi a causa dell’atteggiamento del tronco in flessione. (Questi esercizi favoriscono il rilassamento specialmente nelle fasi iniziali della seduta e il recupero alla fine dell’esercizio.)

– esercizi di mobilizzazione attiva dei distretti articolari, a cui si aggiungerà la combinazione di movimenti stimolando la libera iniziativa e guidando la coordinazione.

– esercizi di allungamento degli arti e del tronco per contrastare l’atteggiamento camptocormico

– esercizi di coordinazione ed equilibrio, che è facilitato dalle proprietà dell’acqua e può essere sollecitato dall’uso di tavolette o di palle tenute con le due mani. (La tavoletta è un ottimo attrezzo per riattivare le afferenze tibio-tarsiche: messa sotto i piedi richiede un notevole controllo propriocettivo. )

– esercizi con la palla, ove la mobilizzazione viene facilitata poiché il passaggio, il percorso, il canestro, la coordinazione invogliano il paziente a compiere movimenti più rapidi e gratificanti. La palla può inoltre essere di aiuto ad una debole azione muscolare o diventare resistenza per il lavoro sul tono e sul trofismo; diviene elemento di mobilizzazione quando, ad esempio, la si fa passare da una mano all’altra o la si passa dietro la testa spezzando l’atteggiamento “chiuso” del paziente.

– esercizi di correzione della deambulazione. Durante il cammino l’operatore richiede il movimento pendolare delle braccia, automatismo solitamente perso, alternato ai cambi di direzione di marcia repentini.

– esercizi con attrezzi: palle, bastoni, tondo, per migliorare l’articolarità e il trofismo muscolare per contrastare la bradicinesia. Se vengono richiesti movimenti di articolarità come lo svincolo dei cingoli, le inclinazioni laterali e diversi esercizi di stretching, si può ricorrere all’uso dei tubi di galleggiamento.

– posizionamento in galleggiamento, che aiuta a rilassarsi e, data la posizione, contrasta l’atteggiamento camptocormico. La preparazione al galleggiamento richiede tempo e pazienza. Sono momenti intensi che favoriscono la padronanza del proprio corpo e la distensione sia fisica, che mentale.

– esercizi di orientamento nello spazio che possono essere eseguiti ad occhi aperti o chiusi, programmando o meno una meta da raggiungere. Si possono realizzare percorsi che costringono il paziente a ritmi di cammino adatti agli spostamenti da effettuare, esortando la reazione allo stimolo.

Questi esempi sono solo linee guida che dimostrano quante variabili esistano nel lavoro in acqua e ogni idrokinesterapista dovrà adattare gli esercizi in base ad acquaticità, capacità di ambientamento e adattamento ed esiti della patologia del paziente

Quanto scritto sopra evidenzia quindi come l’idrokinesiterapia sia un approccio estremamente adatto al trattamento riabilitativo del paziente affetto da Morbo di Parkinson.

FT MARIA CRISTINA PAOLA GUALTIERI

Leave a Reply

Your email address will not be published.